Dal 6 settembre 2026 al 10 gennaio 2027 il Museo d’arte della Svizzera italiana di Lugano proporrà  Kaari Upson. Dollhouse, la prima grande retrospettiva postuma dedicata all’artista statunitense Kaari Upson (1970-2021).

Curata da Francesca Benini e Taisse Grandi Venturi,  l’esposizione racconterà l’intera produzione dell’artista, nota al pubblico europeo soprattutto per la partecipazione alla 58a Biennale di Venezia del 2019, dove presentò l’installazione THERE IS NO SUCH THING AS OUTSIDE.

Attraverso scultura, video, disegno e installazione, Upson ha costruito in quindici anni un linguaggio complesso e stratificato, concentrato su temi quali le relazioni, il corpo, la malattia e la perdita. trasformando oggetti e ambienti quotidiani in luoghi capaci di conservare tracce di traumi, ricordi e ossessioni.

La ricerca dell’artista, profondamente legata al contesto d’origine, cioè San Bernardino in California, assume così una dimensione rivolta alla rappresentazione della psiche contemporanea.

Tutta la mostra, ospitata nella sala ipogea del LAC, sarà  articolata in cinque capitoli che seguono un andamento prevalentemente cronologico e testimoniano il progressivo spostamento della ricerca di Upson verso questioni sempre più intime e legate alla storia personale e familiare, Quando Kaari incontra Larry, La vita delle cose, Dollhouse – una miniatura gigante, Cartografie interiori e Corpo, memoria e fallibilità.

Il percorso prende avvio dal Larry Project (2005-2012), una delle serie più rappresentative della produzione dell’artista, dove al  centro c’è la figura reale e allo stesso tempo immaginaria di Larry, un vicino dei genitori di Upson a San Bernardino, nella cui casa abbandonata l’artista iniziò a introdursi dal 2003.

Attraverso un approccio forense, Upson tentò di ricostruirne la vita e l’identità, trasformandolo in una sorta di alter ego  per una ricerca sospesa tra ossessione, gioco di ruolo e trasgressione.

La sezione si apre con la grande installazione Recollection Hysteria (2012), una riproduzione di una stanza della casa di Larry realizzata attraverso una complessa procedura con il lattice liquido, ma pavimento, soffitto e pareti sono ribaltati, creando uno spazio disorientante dove inversioni, sdoppiamenti e rispecchiamenti materiali diventano il riflesso di dinamiche psicologiche.

La figura di Larry ritorna anche nei Kiss Paintings (2007-2008), dove il ritratto del vicino viene sovrapposto al volto dell’artista in un processo di fusione delle identità e nel video As Long as It Takes – Part 1: The Head (2008), diventa invece un corpo da sezionare, svuotare e indossare come una seconda pelle, mentre in Untitled (Charcoal figures) (2009) assume la forma di una presenza carbonizzata.

Un altro nucleo fondamentale dell’esposizione è dedicato alla relazione tra corpi e oggetti domestici, infatti nella sezione La vita delle cose saranno  presentate diverse sculture realizzate nei primi anni Dieci in poliuretano e silicone, nate dai calchi di vecchi materassi trovati sulle strade di Los Angeles.

Il tema del doppio e della trasformazione dello spazio domestico tornò nell’installazione THERE IS NO SUCH THING AS OUTSIDE (2017-2019), presentata alla Biennale di Venezia e al centro della sezione Dollhouse – una miniatura gigante, che dà il titolo alla mostra, dove Upson digitalizzò e ricostruì in scala monumentale la casa delle bambole appartenuta alla madre, trasformando un modello legato al gioco e all’intimità familiare in una scenografia, dove mettere in discussione ruoli familiari e di genere trasmessi attraverso le generazioni.

La parte finale della retrospettiva si concentra sul rapporto tra corpo, memoria e malattia, dove tutto viene frammentato, diventando un luogo di memoria e dissoluzione.

Tra le opere più rilevanti di questa fase figura Mother’s Legs, installazione ambientale composta da una sorta di foresta di gambe sospese e l’ultima serie realizzata da Upson, i Foot Face Paintings (2020-2021) dove i dipinti su carta ripetono un unico soggetto: un volto dagli occhi spalancati parzialmente coperto da un piede.

La mostra al MASI Lugano rappresenta l’ultima tappa del progetto Kaari Upson. Dollhouse, prodotto dal Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk in collaborazione con il museo svizzero e la Kunsthalle Mannheim.

L’esposizione è accompagnata da un catalogo illustrato pubblicato da DISTANZ Verlag e curato da Francesca Benini e Taisse Grandi Venturi, con saggi critici firmati da Francesca Benini, Tobia Bezzola, Elena Filipovic, Michael Ned Holte, Johan Holten, Nanna Stjernholm Jepsen, Anders Kold e Paulina Pobocha, mentre l’edizione italiana si basa sulla prima pubblicazione in lingua inglese realizzata dal Louisiana Museum of Modern Art e curata da Laerke Rydal Jørgensen, Kaspar Thormod e Anders Kold.