C’è una lingua che nasce dalle acque dei torrenti, dai telai dei lanifici, dagli alpeggi di alta quota e dai campi di granoturco della pianura.
Il dialetto biellese — il bielèis — è molto più di una variante locale del piemontese: è un archivio sonoro di secoli di storia contadina e industriale, custodito nelle parole quotidiane degli anziani della provincia e nelle canzoni popolari delle valli.
Il bielèis: una lingua di frontiera
Il biellese appartiene al gruppo orientale del piemontese, assieme a vercellese, novarese, monferrino e alessandrino. Pur essendo la provincia in contatto con influenze lombarde, il dialetto si mantiene integralmente piemontese nella sua struttura grammaticale e nel suo lessico di fondo.
Una delle sue caratteristiche più riconoscibili è la flessione dei participi: dove il torinese dice dàit (dato) o dìit (detto), il biellese dice dač e dič — una peculiarità che segnala immediatamente la provenienza geografica del parlante. Anche la metafonia — il cambiamento del colore vocalico per distinguere singolare da plurale — è un tratto caratteristico: butón al singolare diventa butùgn al plurale, e il maschile dui si distingue dal femminile dò.
Nell’ultimo secolo il dialetto biellese ha subito una progressiva “torinesizzazione”: molti vocaboli locali sono stati sostituiti da altri in uso nel capoluogo regionale. Ma nelle valli, tra Mosso e Rosazza, Oropa e Valdengo, la lingua antica resiste ancora nelle conversazioni degli anziani e nei proverbi tramandati oralmente di generazione in generazione.
Una lingua che nasce dal lavoro della lana
Il tessile è la colonna vertebrale del Biellese da almeno otto secoli. La lavorazione della lana è documentata già negli statuti trecenteschi; tra Cinquecento e Settecento era organizzata capillarmente su tutto il territorio, con gli addetti che lavoravano a domicilio lane e semilavorati consegnati dagli imprenditori. Verso la fine del Settecento erano già 253 le aziende che lavoravano la lana nel Biellese.
Non stupisce quindi che il dialetto biellese contenga un lessico tessile ricchissimo, stratificato nei secoli. Parole come laneiru (lanaiolo, chi lavora o vende lana), filatüra (filatoio, poi filatura industriale), tèla e drap (tela e panno), filà (filare), tèissi (tessere) sono entrate nel parlato comune prima ancora dell’industrializzazione, quando il lavoro della lana era ancora lavoro domestico femminile.
Con l’arrivo dei macchinari — nel 1817 Pietro Sella fondò il primo lanificio italiano a lavorazione meccanica — nacquero nuove parole mescolando il dialetto con termini tecnici di origine inglese e francese: i telar (telai), le ràtere (rastrelli cardatori), i filandér (operai della filatura). Il termine operaio stesso entrò nel parlato quotidiano biellese in quella forma ibrida tra dialetto e italiano che caratterizza le lingue delle trasformazioni industriali.
La crisi dialettale è la crisi di una tradizione orale
Come ha osservato chi ha studiato questi dialetti montani, la crisi del dialetto è la crisi di una tradizione orale, di espressioni e voci cavate da lunghi secoli di attività legate alla terra e al ciclo delle stagioni. Quando le valli si spopolano e le fabbriche chiudono o si trasformano, anche le parole che descrivevano quei mondi scompaiono.
Il biellese non è un’eccezione. Le nuove parole vengono assimilate in modo anomalo, mentre quelle antiche — quelle che descrivevano mestieri, attrezzi, stagioni e rituali — perdono i parlanti che le tenevano vive.
Le parole della terra e dell’alpeggio
Accanto al lessico tessile, il dialetto biellese custodisce un vocabolario contadino e pastorale altrettanto prezioso. Il Biellese è un territorio di montagna e pedemontana: la sua posizione ai piedi delle Alpi ha storicamente favorito l’allevamento piuttosto che le estese colture agricole, e questo si riflette nella lingua.
Parole come malga o alp (alpeggio), casèra (locale per la lavorazione del latte in quota), magòt (mucca giovane), pastùr (pastore) appartengono a un vocabolario montano che racconta la vita degli alpeggi estivi, quando le mandrie salivano sulle quote alte portando con sé famiglie intere e un sapere millenario.
Il formaggio simbolo del Biellese si chiama Macagn — nome dialettale che conserva un’origine incerta ma profondamente radicata nel territorio. Presidio Slow Food, prodotto in alpeggio con latte vaccino crudo, il Macagn è insieme un prodotto caseario e una parola del dialetto che ogni biellese riconosce prima ancora di tradurla.
Le miacce e il cibo in dialetto
Il dialetto biellese ha una particolare ricchezza nel lessico gastronomico. Le miasce — chiamate anche miacce — sono le cialde di farina di mais tipiche del Biellese, cotte su speciali piastre di ghisa (i fèr da miacce) e servite con burro, miele o formaggio. Il nome stesso è dialettale, senza equivalente preciso in italiano.
La polenta concia si chiama in dialetto polenta cùncia, e il termine cüncià — condire, accomodare con burro e formaggio — esprime un’intera filosofia culinaria di sostanza e semplicità alpina. I canestrelli biellesi, i croccanti del Ciavarin con i loro aromi di caramello e fiori d’arancio, il Pan d’Oropa inventato nel 1935: ogni dolce ha il suo nome dialettale che ne racconta la storia.
I proverbi: saggezza da lanificio e da campo
Il dialetto biellese ha prodotto una sapiente tradizione di proverbi e modi di dire che mescolano la logica contadina con quella operaia. La saggezza della terra che conosce le stagioni si affianca alla praticità di chi ha lavorato al telaio per dodici ore al giorno.
Il piemontese in generale — e il biellese non fa eccezione — è una lingua di concretezza, di misura e di ironia sobria. Il detto “A fa bel fèse larg cun la roba d’j autri” (comodo farsi strada con le cose degli altri) racconta un’etica del lavoro che nel Biellese si è forgiata secoli fa tra le acque fredde dei torrenti e i telai delle botteghe artigiane.
UNESCO e il futuro del dialetto
Nel 2019 l’UNESCO ha riconosciuto Biella come Città Creativa per l’Artigianato e le Arti Popolari: un riconoscimento che premia la filiera tessile, ma che implica anche la tutela di quel patrimonio immateriale — saperi, tecniche, vocabolari — che il dialetto custodisce.
Il piemontese è riconosciuto dalla Comunità Europea come lingua minoritaria, la seconda più parlata d’Europa tra le lingue regionali. Tutelare il bielèis significa tutelare una parte di questa eredità: le parole del lavoro, della montagna, della tavola e delle stagioni che hanno dato forma a un territorio unico nell’Alto Piemonte.
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