Nei primi anni dopo l’Unità d’Italia anche la Valsesia vide gli effetti di quel fenomeno del brigantaggio che aveva trovato nelle regioni meridionali della penisola il suo terreno più fertile e le sue manifestazioni più estese.
A differenza del Sud, dove le attività dei briganti potevano ricondursi a motivazioni di carattere socio-politico, la Valsesia espresse casi che furono più di circostanze individuali favorevoli che non di spinte ideologiche nei confronti delle autorità di governo.
Neppure la Valsesia si sottrasse allo stimolo di trasformare, nel tempo, le gesta dei briganti in leggenda, ingigantendo i fatti, donando ai personaggi il dono dell’ubiquità, facendoli diventare a volte angeli ed a volte diavoli e utilizzandoli come deterrente contro le bizze dei bambini.
Nella Media ed Alta Valsesia visse, a cavallo fra l’800 e il ‘900, un bandito di nome Pietro Bangher, fuggito dal Trentino, dove era nato nel 1850 e dove aveva già accumulato vari reati.
Ricercato per diversi reati dalle autorità locali nel 1877 divenne latitante e cominciò a vagare per le montagne e, abile cacciatore dotato di forza e resistenza notevolissime, sopravvisse inizialmente con lavori temporanei presso paesi e cascine, ma scivolò poi progressivamente verso la criminalità.
I suoi vagabondaggi lo portarono verso ovest e, dopo aver lasciato tracce in Lombardia, nel Canton Ticino e in Val d’Ossola raggiunse la Valsesia, dove il bandito visitava gli alpeggi e le abitazioni isolate alternando la semplice richiesta di cibo a vere e proprie rapine.
Qui, favorito dall’asprezza dei monti e da una certa condiscendenza e omertà di taluni valligiani, potè compiere le sue scorribande, razziando le baite in cui si producevano il burro e il formaggio di alta montagna, incendiando i fienili dei delatori, stuprando giovani contadinelle, gozzovigliando nelle osterie e litigando con tutti.
La sua fama, accresciuta dall’incapacità delle forze dell’ordine di assicurarlo alla giustizia, crebbe di giorno in giorno, facendogli attribuire una catena di misfatti che, per la concomitanza con cui si verificarono e per le distanze dei luoghi in cui avvennero, sarebbero stati di attuazione improbabile da parte di una sola persona.
A quel tempo in Valsesia non c’era solo Bangher a compiere misfatti vari, ed altri fuorilegge, meno famosi di lui ma assetati di denaro e di giovani donne, lasciarono che il merito dei loro colpi fosse attribuito tutto a Pietro, che divenne così il terrore dei viandanti, il “principe azzurro degli sogni delle giovani valligiane, il tema ricorrente nelle conversazioni dei salotti-bene di Varallo e l’eroe di una delle tante leggende della valle.
Nel gennaio 1900 fu catturato, processato nel Tribunale di Varallo ed imprigionato in varie carceri del Regno d’Italia, dalle quali ne uscì nel 1910 per essere riconsegnato ai gendarmi austriaci.
Anche se non fu provato il suo effettivo ritorno in Valsesia, per sei o sette anni ancora venne segnalata la sua presenza nella Media Valle, e gli vennero attribuiti altri furti e altre rapine che comportarono nuove condanne.
La sua fine è tuttora avvolta nel mistero, si racconta che il bandito sia stato sommariamente giustiziato da qualcuno tra i molti nemici che si era creato e nel parlare comune della zona l’appellativo di Bangher veniva usato come sinonimo di discolo o scavezzacollo.
Il gruppo rock-folk biellese Arbej dedicò al bandito la canzone Pietro Bangher, terza traccia del CD del 2001 La mia terra.
A Pietro Bangher è intitolato il Trail del Bangher, una corsa podistica dello sviluppo di 27 km e con 2.200 m di dislivello positivo, organizzata dall’UISP di Biella e che si svolge sulle montagne a cavallo tra Biellese e Valsesia.
